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Nuovo appuntamento con gli African Perfect Harmony alla casermetta del Salvatore

africanpSabato (16 dicembre) dalle 19,30 alle 21 al ristoro della casermetta San Salvatore tornano a suonare gli African Perfect Harmony, gruppo musicale di 11 elementi nato al centro di accoglienza delle Tagliate di Lucca nell'ambito di un progetto pilota Integrazione e musica, basato su un'idea di vero scambio culturale, ideato e realizzato dalla Croce Rossa di Lucca.
Highlife Dance Club è un progetto, interamente gratuito, frutto della collaborazione fra gli ospiti del centro di accoglienza delle Tagliate, la Croce Rossa di Lucca, la scuola di musica H-demia, Spam!, la casermetta San Salvatore, i musicisti lucchesi, la Civica scuola di musica di Capannori e il Comune di Lucca che, come è nello spirito dei Dance Club, intende creare occasioni in cui la festa, la cultura e l'impegno sociale si fondono per dare vita a momenti di aggregazione rivolti a persone di ogni età, ceto sociale e religione.

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Hub delle Tagliate, calano i migranti ospitati

tensostrutturaCala gradualmente la popolazione di ospiti all'Hub delle Tagliate, come era negli obiettivi fissati dall'accordo tra prefettura e Comune di Lucca. Certo, sulla diminuzione del numero dei richiedenti asilo influisce il calo degli sbarchi: niente a che vedere con i flussi della scorsa estate. Ad oggi gli ospiti sono 148, come è stato spiegato dal presidente della Croce Rossa di Lucca che gestisce la tensostruttura, Enzo Fasano, che questa mattina (6 dicembre) ha accompagnato nella visita alla struttura i membri della commissione sociale presieduta da Pilade Ciardetti (Sinistra con Tambellini) e alla quale ha preso parte anche l'assessore Lucia Del Chiaro, Aldo Intaschi, responsabile dei Servizi housing sociale del Comune e del vicario del prefetto Francesco Marzano.

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Dalla miseria alle torture in Libia, il dramma di Salam

salammCi sono storie che facciamo fatica ad ascoltare, ma proprio perché sono così difficili da mandare giù devono essere raccontate.
A Salam non piace essere chiamato con il suo vero nome. Preferisce Abdul, un nome che gli è sempre piaciuto e che per qualche istante, quando si presenta, lo fa sentire quasi un’altra persona. Ed è bello sentirsi qualcun altro quando il tuo passato non ti piace, quando fai fatica a ricordare e a spiegare agli altri anche solo da dove provieni. Quella di Salam è una storia che aggroviglia lo stomaco: è nato in Sierra Leone, in un piccolo villaggio del nord che a mala pena è segnato sulla cartina. Suo padre non lo ricorda nemmeno, se ne è andato quando era ancora molto piccolo e nessuno gli ha mai saputo raccontare cosa sia successo. C’è chi gli ha raccontato che è morto in guerra, chi per una brutta malattia, chi invece sostiene che sia ancora vivo, chiuso in chissà quale prigione. Fin da piccolissimo Salam ha dovuto fare i conti con le bugie e con la miseria. Ha frequentato pochi anni di scuola e poi, quando ancora non avevo imparato bene a scrivere, ha dovuto abbandonarla insieme alla sorella perché la madre si era riempita di debiti. Poi il dramma, come se la vita non gli avesse già regalato dispiaceri: un’epidemia di Ebola gli ha strappato anche le due persone che gli erano rimaste, rimanendo solo, ancora bambino, senza una casa e qualcuno con cui stare. Fino a due anni fa ha vissuto in strada, mangiando ciò che trovava per terra o nella spazzatura. Ha vissuto solo per più di dieci anni, scambiando qualche parola solo con il suo amico Mohamed.

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