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Quei due quadri di Salvador Dalì dipinti a Lucca contesi tra ministero e casa d’asta. I giudici: si possono vendere

29 agosto 2022 | 16:13
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Quei due quadri di Salvador Dalì dipinti a Lucca contesi tra ministero e casa d’asta. I giudici: si possono vendere

Per il dicastero alla cultura furono realizzati quando l’artista era ospite di Mimì Pecci Blunt a Marlia ma il Tar autorizza la vendita a 7,8 milioni

Salvador Dalì ha dipinto due quadri a Lucca ospite della sua amica Mimì? E’ molto probabile ma la questione è forse destinata, a questo punto, a non essere mai risolta con certezza. I dubbi restano, anche se per il ministero della cultura si tratterebbe ben più che di una suggestiva ipotesi.

C’era una volta a Lucca la contessa Anna Letizia Pecci Blunt, detta Mimì, nobildonna, mecenate, e collezionista d’arte nonché nipote di Papa Leone XIII, attiva in ambito culturale, aprendo numerosi salotti, gallerie e teatri. Tra le donne più importanti dell’epoca in Italia e in Europa con amicizie in tutto il mondo. Mimì, che era nata a Roma nel 1885, come è noto morì a Marlia, nella Reggia che aveva acquistato nel 1923 e aveva fatto restaurare, nel 1971. Un’antica storia piena di fascino e suggestione da sembrare quasi una fiaba e che è finita in una sentenza del Tar del Lazio, pubblicata stamattina (29 agosto) per un contenzioso che vedeva al centro due dipinti di Salvador Dalì.

Sì perché l’artista surrealista spagnolo tra il 1936 e il 1937 è stato ospite della contessa Pecci Blunt a Lucca e il ministero della Cultura ha rivendicato l’interesse nazionale per queste due opere ritenendo che fossero state realizzate proprio in quel periodo nel quale Dalì andava e veniva da Parigi a Lucca, con tappe anche a Roma e Cortina D’Ampezzo. Ma proprio per quell’amicizia così forte con Mimì Pecci Blunt e visto il suo notorio interesse per il mondo dell’arte, dal ministero hanno sostenuto che esiste, si legge in sentenza “un’elevata probabilità della realizzazione delle due opere in Italia. Si tratta di una coppia di dipinti di Salvador Dalì denominati Couple aux tetes pleines de nuages.

Deporrebbero a favore di questa ricostruzione, i soggiorni di Dalì nel territorio nazionale e, precisamente, nel settembre 1936 a Lucca presso la contessa Pecci Blunt, pur alternati da rientri presso la propria abitazione di Parigi, Roma e Cortina”. Da questa cronologia, assunta dal testo Cronologia di Dalì in Italia di Rosa Maria Maurell e Lucia Moni, l’amministrazione ha desunto la probabile realizzazione dell’opera in Italia e forse a Lucca, e dunque dell’esistenza dell’interesse culturale per lo Stato, “trattandosi dell’opera di uno dei maggiori esponenti della pittura surrealistica, probabilmente realizzata in Italia e tenuta in collocazione preminente dal compositore di musica altrettanto surrealistica, come Giacinto Scelsi”. Il ministero è così convinto delle sue tesi che blocca la vendita in corso nell’ottobre del 2020 presso l’arcinota casa d’aste Sotheby’s  di Londra. I quadri fanno parte del patrimonio della Fondazione Scelsi di Roma e il 15 ottobre del 2020, ovvero a distanza di 3 ore e 15 minuti dall’inizio dell’asta, fissata presso la sede di Londra della Sotheby’s , il ministero dei beni culturali, notificava alla Fondazione il decreto di annullamento in via di autotutela dell’attestato di libera circolazione del 2020 per l’opera di Salvador Dalì, il dittico, con contestuale avvio d’ufficio del procedimento di verifica dell’interesse culturale, il dipinto veniva comunque battuto all’asta al prezzo di base d’asta di  7.800.000 euro, sia pure con vendita sospensivamente condizionata, in considerazione della notizia dell’intervenuto annullamento dell’attestato.

La causa al Tar e la sentenza che ha sbloccato la vendita dei due quadri

L’acquirente, una società internazionale specializzata in questo genere di acquisti per conto di privati, e la Fondazione hanno quindi impugnato al Tar del Lazio i provvedimenti ministeriali e hanno vinto la causa. Le ipotesi del ministero per i giudici sono troppo lacunose, non certe, e non possono dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che Salvador Dalì abbia realizzato in Italia, a Lucca, le opere oggetto del contenzioso. Lo stesso ministero durante la causa ha provato a cambiare rotta invocando un interesse nazionale cosiddetto “semplice” ma anche questa tesi è stata bocciata dal Tar che conclude: “Purtuttavia si deve sottolineare come l’interesse culturale ravvisato nell’opera in esame non poggia affatto sull’ipotesi, non escludibile peraltro, che i dipinti siano stati realizzati in Italia e nemmeno sulla capacità che gli stessi avrebbero di palesare i complessi rapporti di dare e avere che il loro autore intrattenne con l’arte e la cultura italiana, effettivamente meglio rappresentati da altre fasi creative di Dalì, bensì in un interesse nazionale semplice. In altri termini, lo stesso ministero ha riconosciuto l’erroneità di almeno due delle circostanze di che lo hanno indotto, in sede di ritiro dell’attestato di libera circolazione. Tanto è sufficiente, considerata l’economia complessiva del giudizio valutativo espresso,  laddove non si riscontrano ragioni dedotte come autonomamente idonee a supportare l’esistenza di un interesse culturale “semplice”, a ritenere comprovato il dedotto deficit istruttorio e motivazionale che inficia il provvedimento di ritiro dell’attestato. Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio (sezione seconda quater), definitivamente pronunciando sui ricorsi 11456/2020, 377/2021 e 3942/2022, come in epigrafe proposti e previa riunione degli stessi, li accogli”. La vendita all’asta può ora essere portata a termine. Non sapremo mai, forse, dove Dalì abbia realizzato questi due quadri, la verità la conoscono solo lui e Mimì Pecci Blunt. Amen.
(Nella foto una riproduzione dell’opera di Dalì)