Droga a chili nei motoscafi modificati ad hoc, la Cassazione mette la parola fine al processo

Tre ricorsi dichiarati inammissibili, 4 rigettati: confermate le condanna comminate dalla corte d’appello nata dalle indagini della magistratura antimafia bolognese
Droga nei motoscafi modificati ad hoc destinata al mercato ligure, toscano e emiliano, la sentenza della Cassazione scrive la parola fine all’iter giudiziario avviato dalla Dda di Bologna. Il processo denominato double game della magistratura antimafia bolognese è giunto al termine con la pronuncia dei giudici di piazza Cavour.
Un imprenditore di Camaiore e un altro di Pisa erano finiti nel blitz degli agenti della Dia del 2018 perché ritenuti facenti parte dell’organizzazione criminale per l’importo di tonnellate di hashish dal Marocco ai fini di spaccio. Sono sette dunque le condanne passate in giudicato per un maxi traffico di hashish dal Marocco all’Italia che nel 2018 aveva portato a 18 arresti da parte della Dda di Bologna.
Quattro imputati erano stati assolti mentre altri erano stati giudicati con altri riti. Dei sette condannati in via definitiva anche un versiliese e un pisano complici dell’organizzazione che portava la droga in Italia usando imbarcazioni private. Per l’accusa si trattava di un gruppo specializzato nell’importazione dal Marocco di ingenti partite di hashish, destinate a rifornire il mercato dello spaccio di varie città, e importanti quantità furono sequestrate su un’imbarcazione a Marina di Pisa e alle porte di Milano. Alla guida del gruppo, secondo l’accusa, c’erano Francesco Massimiliano Cauchi, Marco Bruno Bernini e un terzo uomo giudicato separatamente.
Per il primo, già coinvolto a Milano, nell’ambito di un’altra indagine, in un sequestro di quindici milioni di euro in contanti trovati a casa del padre a giugno, i giudici della Corte di appello bolognese hanno escluso l’aggravante del numero delle persone associate e hanno ridotto la pena da 17 anni e quattro mesi a 12 anni e otto mesi. Bernini si è visto anche riconoscere l’attenuante di essersi adoperato per assicurare le prove del reato e la sua condanna è passata da 16 anni a sette anni e quattro mesi. Calate le pene anche per gli altri imputati, che in primo grado avevano avuto condanne fino a dieci anni, mentre ora la più alta è sei anni e due mesi. Tutti all’inizio rispondevano anche dell’aggravante del metodo mafioso ma per imprenditore di Camaiore, titolare del cantiere navale di Viareggio dove alcune imbarcazione sarebbero state modificate per il trasporto della droga, già la corte d’appello aveva riqualificato il reato contestato in concorso esterno e ridotto la pena iniziale di 8 anni a 6 anni 2 mesi.
Si legge nella sentenza della Cassazione: “Risulta dalla sentenza appellata che la vicenda all’esame ha riguardato un sodalizio, dedito a importazioni di ingenti quantitativi di hashish dall’estero, mediante l’utilizzo di imbarcazioni di alto bordo e successivi trasporti via terra, con stoccaggio e destinazione della droga all’illecito commercio. Gli stessi reati satellite infatti, hanno a oggetto tre importazioni, rispettivamente accertate il 2 luglio 2014 a Marina di Pisa (con il sequestro, sulla barca Cafè del Mar, di 2956 chili di hashish), il 29 settembre 2014 a Cernusco sul Naviglio (trasportati su tir 537 chili di hashish) e il 27 settembre 2012 ad Imperia (trasporto di 3700 chili di hashish sulla imbarcazione Falcon 72 detta Sheldan).
Il sequestro dello stupefacente in tali occasioni ha giustificato la contestazione dell’aggravante di cui all’articolo 80, comma 2 del dpr n. 309/1990. Secondo l’accusa recepita dal primo giudice, il sodalizio si era basato su un accordo in base al quale gli associati agivano grazie alla disponibilità di mezzi (imbarcazioni, furgoni, un cantiere, i capannoni per il deposito) e denaro, giovandosi dell’attività di più soggetti, finalizzata a una sistematica importazione via mare di sostanze stupefacenti. Il gup della Dda bolognese, peraltro, aveva sottolineato che tutti gli imputati che avevano in vario modo reso dichiarazioni nel processo avevano sostanzialmente ammesso gli addebiti, sia pur attraverso affermazioni intese a sminuire il proprio ruolo o a negare l’esistenza del sodalizio o – nel caso delle posizioni più marginali – a opporre un difetto di consapevolezza circa la natura degli affari trattati dai sodali”.
Gli ermellini hanno dichiarato inammissibili 3 ricorsi e rigettato gli altri 4. Tutti e 7 gli imputati sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e a 3mila euro ciascuno di ammenda.