Dà dell’usuraio all’uomo che le ha fatto un prestito ed è sotto inchiesta: per i giudici dovrà restituire la cifra ricevuta

26 settembre 2023 | 16:38
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Dà dell’usuraio all’uomo che le ha fatto un prestito ed è sotto inchiesta: per i giudici dovrà restituire la cifra ricevuta

La donna, titolare di un bar, non è riuscita a dimostrare in sede civile che gli interessi richiesti fossero illegittimi

Una storia, a dir poco complessa, di presunta usura che è terminata solo negli aspetti civili e per un caso specifico. Il resto è tutto ancora da verificare e in altre sedi.

Lei gli aveva dato dell’usuraio e si era opposta fino alla corte d’Appello alla restituzione di un debito da circa 30mila euro che aveva nei suoi confronti, ma anche i giudici di secondo grado hanno dato torto alla barista e ragione all’agente di commercio: “Il debito cartolare della donna non ha nulla di opaco, ed è anzi chiarissimo”, si legge in sentenza. Una vicenda come detto molto intricata e complessa che partendo da alcuni prestiti si intreccia anche con una vicenda penale iniziata con un’inchiesta giudiziaria dello scorso anno, e che nei mesi scorsi ha portato al rinvio a giudizio di 8 persone per usura, tra cui l’uomo. La donna, titolare di un bar, tra il 2009 e il 2016 aveva ricevuto somme di denaro per circa 30mila euro da un agente di commercio che le riforniva del caffè che poi lei rivendeva all’interno dell’esercizio commerciale. A fronte di tali prestiti la donna aveva emesso assegni e cambiali consegnandolo all’uomo che nel 2021 aveva ottenuto dal tribunale di Luccaun decreto ingiuntivo per recuperare il denaro che la donna non le aveva restituito, esibendo proprio i titoli di cui era in possesso. I giudici cittadini avevano respinto l’opposizione della donna confermando il decreto ingiuntivo.

Ma l’anno successivo, il 2022, l’uomo rimane implicato in un’inchiesta della Guardia di Finanza, proprio riguardante l’usura, e a quel punto nei motivi di appello la donna inserisce tali vicende per corroborare le sue tesi. La barista infatti aveva deciso di appellare le decisioni dei giudici lucchesi in merito al suo debito da 30mila euro nei confronti del suo ex rifornitore di caffè. L’uomo nel frattempo nei mesi scorsi è stato anche rinviato a giudizio per usura ma il processo penale è ancora in corso nelle aule del tribunale cittadino, quindi non si sa al momento se sia colpevole di usura o meno ma con la vicenda civile non c’entra niente l’esito dei suoi guai penali.

A livello civile, infatti, spetta l’onere della prova spetta al ricorrente e la donna, anche secondo i giudici della corte d’Appello di Firenze, non è riuscita ad adempiere al compito, anzi per i giudici sono solo argomenti suggestivi privi di fondamento e di prove. Almeno nel caso specifico. Nella sentenza civile di secondo grado, infatti, pubblicata nei giorni scorsi a firma dei giudici Monti, Primavera e Nannipieri, viene confermata in toto la sentenza del tribunale di Lucca del 2021 e la donna è stata anche condannata a circa 7mila euro di spese legali. Scrivono molto chiaramente i giudici: “È sorprendente che la donna parli di “somme da accertare” senza offrire elementi idonei all’accertamento e senza nemmeno delineare una tesi da sottoporre alla verifica giudiziale. L’onere di allegazione viene ancor prima dell’onere probatorio, ma nella specie i fatti restano nebulosi e carenti persino nella mente dell’appellante”.

E sulla presunta usura i giudici d’appello non hanno nessun dubbio per quanto emerso nel processo civile: “Il quarto ed ultimo motivo mira a confezionare indosso all’appellato la veste dell’usuraio, utilizzando allo scopo le risultanze del processo penale scaturito dalla denuncia-querela presentata dall’odierna appellante, ma il discorso è soltanto suggestivo e non incrina le ragioni del primo giudice, tecnicamente ben fondate sulla valenza dei titoli astratti e sulla carenza di prova circa la proclamata assenza del rapporto sottostante. In breve: se l’uomo sarà riconosciuto colpevole di usura, ne risponderà penalmente e dovrà risarcire il danno cagionato alla vittima, ma in questa sede non emergono elementi idonei a smentire la presunzione civilistica relativa all’obbligo di pagamento della donna”.

Parole dure ma chiare e precise. Se l’uomo è o meno un usuraio lo stabilirà la giustizia penale ma in questo caso, trattandosi di un processo civile, spettava alla donna dimostrare in qualche modo di aver pagato interessi oltre la soglia di legge altrimenti nessuna giuria potrà mai condannare qualcuno basandosi solo su dichiarazioni e parole, a prescindere se vere o meno. Per questo si parla sempre di verità processuale e non di verità storica o assoluta. Il processo penale intanto prosegue, quello civile si è concluso nelle sue fasi di merito.