Solenne pontificale in San Martino, la tradizione e la fede si uniscono nella messa che celebra la Santa Croce
L’omelia dell’arcivescovo Giulietti si è concentrata sulla missionarietà della chiesa e sulla metafora tra le ristrutturazione del Volto Santo e il messaggio delle istituzioni ecclesiastiche
È stato officiato anche quest’anno, come da tradizione, il Solenne pontificale in San Martino per la celebrazione eucaristica della Santa Croce, presieduto dall’arcivescovo Paolo Giulietti con al fianco i vicari episcopali, canonici della cattedrale e i presbiteri diocesani e religiosi. Presenti anche molte personalità istituzionali, come il sindaco di Lucca, Mario Pardini, accompagnato dalla moglie. A rappresentare la giunta, invece, l’assessore al turismo Remo Santini.
Durante le celebrazioni, che si sono tenute oggi (14 settembre) alle 10, sono stati molti i momenti culminanti, che hanno raccolto i fedeli in preghiera, come il rogo della stoppa (simbolo della caducità della vita umana) nella navata centrale della chiesa proprio nel momento in cui il vescovo dall’altare solleva la croce e l’intonazione del canto della Gloria da parte del coro di Santa Cecilia della cattedrale, guidato dal maestro Luca Bacci.
Ma il Solenne pontificale di Santa Croce è anche caratterizzato dalla tradizionale omelia del vescovo sul significato del Volto Santo e Paolo Giulietti, quest’anno, ha preso spunto dal suo ultimo viaggio a Nagasaki in Giappone, in occasione dell’anniversario dei 400 anni dalla morte del martire lucchese Angelo Orsucci.
“Durante il viaggio che abbiamo fatto alcuni giorni fa in Giappone – dice il Vescovo -, ho maturato due convinzioni sulla chiesa che mi sono venute incontro con un’evidenza sorprendente. La prima è quella della missionarietà della chiesa. La Chiesa esiste per annunciare il Vangelo e portar il volto del Signore agli uomini di ogni tempo. Il nostro martire Angelo Orsucci, che per questo ha consacrato la vita e per questo l’ha perduta, nella persecuzione in Giappone, ci ricorda che la chiesa esiste per questo. La riforma che la Chiesa sta percorrendo deve portarci li, a far ritornare la chiesa missionaria. Se non viviamo questo anelito di condividere la gioia del volto del Signore con gli altri, vuol dire che c’è un diaframma pesante di fronte agli uomini che impedisce di veder il volto di Gesù”.
“La seconda – prosegue il Vescovo Giulietti -, è la trasmissione della fede. Dopo la morte dei missionari per sette generazioni i cristiani giapponesi hanno trasmesso la fede ai figli, senza poterla delegare a nessuno, veniva fatta con semplici riti, racconti, nelle case, nei boschi, con pochi brani della bibbia tradotta. Per sette generazioni, questa comunità, ha capito quanto era decisivo trasmettere la fede ai figli”.
Nell’omelia dell’arcivescovo Paolo Giulietti, c’è spazio anche per alcune parole sul restauro del Volto Santo, che per un anno verrà ospitato nel transetto nord della chiesa di San Martino.
“Il Volto Santo dalla settimana prossima sarà trasferito per essere restaurato – spiega monsignore Giulietti -, pur non essendo un esperto di restauro, sappiamo che questo ha diversi obiettivi: togliere la patina del tempo, è un crocifisso che ha più di mille anni ed è stato esposto nel tempo alla polvere, all’incenso al fumo delle candele e si è depositata sul suo volto una patina. Ogni restauro inoltre va a scoprire tutti gli interventi che sono stati fatti nel tempo, allo stesso modo come è successo a molte chiese. Il restauro riconosce e toglie questo diaframma e ci restituisce il volto originale, acheropita, non fatta da mani dell’uomo, secondo la tradizione, di questo antichissimo crocifisso. Quello che faranno al Volto Santo, è una metafora che la nostra chiesa deve fare per evitare che ci sia un diaframma che impedisca alla gente di incontrare il volto di Cristo”.