Bullismo, la psicoterapeuta Marchesini: “Gli adolescenti violenti? Vogliono essere visti”

9 marzo 2023 | 13:15
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Bullismo, la psicoterapeuta Marchesini: “Gli adolescenti violenti? Vogliono essere visti”

L’esperta parla del difficile rapporto tra genitori e giovani: “Chi aggredisce i propri coetanei è a sua volta una vittima di ansie e paure”

Cresce l’attenzione sugli episodi di bullismo, anche alla luce di alcuni recenti casi di cronaca che hanno interessato anche la provincia di Lucca, che si trova ad affrontare questo fenomeno dilagante tra i giovani. Proprio tra i giovani c’è ultimamente una grande richiesta di accedere a servizi psicologici per affrontare una realtà che molti ragazzi faticano a comprendere, in un momento cruciale come quello dell’adolescenza.

“Ultimamente i miei colleghi ed io abbiamo molti adolescenti che si rivolgono a noi – spiega Sara Marchesini, psicologa e psicoterapeuta -. Purtroppo, seppure per fortuna nella minoranza dei casi,  il genitore non è d’accordo che il figlio approdi alla terapia, quasi fosse la manifestazione di un suo fallimento o, peggio ancora, il realizzarsi di una realtà inaccettabile sul piano prestazionale ‘tu non hai bisogno dello psicologo, tu puoi farcela da solo‘. In altre parole, la richiesta di aiuto del figlio viene decodificata come fallimento per il genitore, come una sorta di ferita narcisistica dove il proprio figlio ‘non funziona’ come dovrebbe. La grande sfida per i genitori è proprio quella di riconoscere il bisogno di sintonizzazione dei propri figli e riuscire ad incontrarli ‘là dove sono’ e non ‘là dove dovrebbero essere0’ secondo le aspettative genitoriali.  Saper riconoscere questo permetterebbe loro di essere  più pronti e capaci di  supportare ed accompagnare  i ragazzi in questa trasformazione che è l’adolescenza.  Per questo motivo, infatti,  i nostri incontri vengono fatti integrando entrambe le parti, se io mi occupo dei ragazzi, c’è un collega che si occupa dei genitori e viceversa”.

Oggi giorno si è creata molta distanza tra i giovani e gli adulti, in molti casi dietro gli episodi di bullismo c’è anche una voglia di essere notati, in una società che non si concentra su di loro. In molti casi la risposta dell’adulto di fronte ad un episodio di violenza perpetrato da adolescenti è: “Ai miei tempi non succedeva”.

“Probabilmente anche ai nostri tempi esistevano certi comportamenti – precisa Sara Marchesini –  magari se ne parlava meno, sicuramente adesso hanno un’eco maggiore anche collegata all’avvento dei social media, che permettono alle persone di essere sempre al corrente su quello che accade. Il così detto bullo, spesso proviene da un contesto familiare comunque di difficoltà e di sofferenza, una sofferenza che non è stata elaborata, che non è stata digerita. Probabilmente un antecedente nei vissuti delle persone che arrivano poi a compiere il gesto, è un antecedente chiamiamolo così, intrapsichico, interpersonale. Il ragazzo arriva a compiere gesti da bullo, con un vissuto dentro che probabilmente lo spinge ad agire in modo impulsivo, non ragionato. Il ragazzo stesso, è in un certo senso anch’egli ostaggio di quello che vive e di quanto agisce”.

“Quando le emozioni non vengono rappresentate e quindi non si riesce a dare un nome a quello che si sente – prosegue la psicologa -, di solito si percepisce ansia ed infatti molti di questi ragazzi soffrono di attacchi di panico, e si sentono tremendamente spaventati e disorientati, dove la rabbia diventa l’emozione maschera unica concessa loro da questa società terrorizzata dalla paura e dalla caducità dell’esistenza. La rabbia, quindi, non ha nulla a che vedere con la vittima verso cui poi i ragazzi la dirigono. Spesso i comportamenti a rischio sono un modo per elaborare la paura, per crescere. In un certo senso è come se i ragazzi, attraverso la messa in atto di questi comportamenti provassero a gestire la paura, paura anche di diventare grandi e di non essere adeguati alle aspettative”.

“Sul fenomeno del bullismo però, vorrei porre l’attenzione su questo aspetto – aggiunge -, il bullo non esiste senza una claque che lo incita e che comunque lo sostiene e lo promuove. Il bullo c’è, perché ci sono i gregari che lo spingono  a fare quello che fa e probabilmente si evidenzia anche in questi ragazzi il bisogno incredibile di essere visibili. La ricerca di popolarità, di visualizzazioni, di presenza costante nei pensieri degli altri, a prescindere, rimanda alla ricerca della loro necessità di esistere nella mente dell’altro, esistenza che andrebbe a testimonianza del loro valore. Io noto che gli adolescenti di oggi vengono spesso additati per tutto quello che fanno di sbagliato, di inadeguato di insufficiente. In realtà sono persone che, ad esempio anche nel contesto della pandemia, ne hanno probabilmente risentito di più di altri, ma si sono lamentati di meno. Sono stati a quello che l’adulto ha detto loro. Quindi non è vero che gli adolescenti sono sbagliati, sono come dire ‘la feccia di questa società’. Semmai sono lo specchio di quello che noi abbiamo costruito, ma quello che fa soffrire gli adolescenti e che li rende probabilmente poi così soggetti a doversi mostrare, è il non essere visti. Tutti li guardano, ma nessuno li vede, ed è diverso guardare, da vedere”.

Il periodo dell’adolescenza viene vissuto dai ragazzi come una sorta di trasformazione, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Se da una parte infatti i primi cambiamenti influenzano il corpo, dall’altra parte anche il carattere inizia a formarsi e molti ragazzi si interrogano sul ruolo che avranno all’interno della società. “L’adolescenza è un momento evolutivo molto particolare. Oggi l’adolescenza viene definita come un borderline fisiologico.  Il ragazzo deve salutare un’identità infantile, quella degli unicorni, delle fate e dei supereroi, deve andare verso un’identità più adulta, più appunto di adolescente. Il primo passaggio è quello di essere individuati da parte del proprio nucleo familiare come un adolescente e non più come un bambino. Questo però vuol dire che dall’altra parte il genitore deve essere in grado di fidarsi, di lasciarlo andare e di tollerare il dolore legato a questa “perdita”. Il processo di separazione-individuazione investe entrambe la parti dunque. Recalcati dice: ‘I figli vanno abbandonati’, si noti bene, non dice, i bambini vanno abbandonati, ma i figli, i figli ad un certo punto vanno abbandonati. Io quindi devo essere capace di sostenere il lutto della crescita di mio figlio, chi ne soffre è anche il genitore. Finisce una fase e spesso il genitore si trova a dover guardare in faccia una persona nuova che magari neanche gli piace, perché tante volte i ragazzi cercano di liberarsi delle caratteristiche genitoriali che non gli piacciono, cercando di trovare un’identità propria. I figli non devono essere a propria immagine e somiglianza dei genitori. Io devo essere a immagine e somiglianza di quello che mi corrisponde, il genitore deve dare la libertà al ragazzo di esplorare le proprie esigenze, i propri bisogni e i propri desideri. Il suo ruolo è ovviamente quello di mantenere sempre gli occhi aperti, facendo comprendere al ragazzo che si è sempre vicini, pronti a sostenerlo”.

“Il rischio è quello di perdere la dimensione di genitorialità ‘sufficientemente buona’, come diceva Winnicott. Si vive in una società individualista, dove sostanzialmente conta solo il Sé, come se fosse sparito l’Altro nella relazione. Viene chiamata lasocietà narcisistica e si vede. Tutti devono essere belli. Tutti devono essere efficienti. Tutti devono essere performanti. Sempre, subito, anche prima di subito e quindi non è più contemplata la capacità di tollerare la frustrazione, di impegnarsi in uno scambio interpersonale autentico, di condividere e di “stare” nella relazione con l’altro ed accoglierlo in modo libero ed al contempo sintonizzato, aspetti questi, che rendono la persona più resiliente – aggiunge Sara Marchesini -. Sostanzialmente la solitudine dei ragazzi è il non essere visti dai  genitori, troppo concentrati sul ‘fare’ piuttosto che sull’ ‘essere’ dei loro ragazzi, così fragili e bisognosi di essere protetti, loro, dai loro figli “dimmi che va tutto bene sennò mi angoscio”.

“Dovremmo provare  a partire da lì, per andare a smuovere qualche cosa che non viene mai attenzionato, il ruolo degli adulti. Non solo dei genitori, ma anche delle figure di riferimento, gli insegnanti a scuola, gli educatori, noi stessi che facciamo questo lavoro. C’è bisogno che l’adulto non chieda al ragazzo di non deluderlo, di non farlo preoccupare, di non trasgredire. Il ragazzo di oggi non è più trasgressivo, per citare Matteo Lancini nel suo libro ‘L’età tradita’, un libro che consiglio a tutti gli adulti che si accingono a diventare genitori di giovani adolescenti. I ragazzi non sono più trasgressivi sono delusi – dice Lancini -, delusi dalle contraddizioni dell’adulto, delusi perché convinti di essere cresciuti come li volevano gli adulti, oggi non si sentono più all’altezza delle aspettative assorbite durante l’infanzia. Lui parla di ‘adultizzazione dell’infanzia e di infantilizzazione dell’adolescenza’. I bambini a 7 anni (o anche prima) devono aver già fatto tutte le esperienze possibili e immaginabili, in un’ottica di performance e di competizione, come dire: ‘il mio’ lo sa già fare da solo. Poi arrivano ad essere adolescenti ed è li che vengono tradite le loro aspettative, dove vengono infantilizzati, dove invece che favorire la loro autonomia e creatività, iniziano i ‘no che aiutano a crescere’ e scatta il meccanismo del controllo. Infatti gli adulti dopo gli dicono, quello non lo puoi fare, quell’altro nemmeno, e vengono in qualche modo prevaricati dall’ansia, dall’angoscia, dalla paura di questi genitori, che perdono la capacità di incontrare i propri figli, anche di divertirsi insieme a loro. Praticamente, questi genitori hanno un po’ il timore di quello che i loro figli possono diventare e fanno fatica ad ascoltare le esigenze ed i bisogni dei loro ragazzi . Vuoi perché appunto la società è cambiata, i ruoli si sono modificati e siamo tutti più concentrati su una dimensione di produttività che non di relazionalità. La prestazione prende il posto della relazione, di conseguenza se io non so stare in relazione con me stesso, in primis, e poi con gli altri, non riesco a stare in relazione neanche con mio figlio. Non ci si può improvvisare genitori quando i figli sono adolescenti, è una cosa che si comincia a costruire da piccolini. Il genitore fin da subito, deve stare in una dimensione di sintonizzazione col piccolo, gli deve rispecchiare le sue emozioni non gli deve dare giudizi, sei cattivo o sei bravo. Deve stare lì e cercare di entrare in risonanza con quello che il piccolo sperimenta da un punto di vista emotivo. Mi sembra che tu ti senta triste. Mi sembra che tu sia arrabbiata che succede? Come mai è andata così? che pensi? Certe domande possono aiutare il ragazzo che diventa grande ad essere molto più capace di connettersi con il suo mondo interno, con quello che sente e soprattutto di fidarsi di quello che sente. Oggi questa cosa sembra un tabù, però c’è il boom della psicoterapia e c’è anche il bonus psicologo, perché evidentemente si stanno tutti un po’ risvegliando sul fatto che c’è qualcosa che va aggiustato”.

Si parla in questi ultimi tempi anche di un bullismo in rosa, compiuto da ragazze. Il fenomeno sembra in crescita.
“Da quello che posso vedere io – dice Marchesini -, alcune ragazze hanno una sorta di aggressività passiva nei confronti delle altre ragazzine, si crea isolamento, è un genere di violenza più sottile. Questa secondo me è un comportamento che si riscontra già alle scuole medie, ma probabilmente non è completamente assimilabile alla definizione di bullismo. Rimane comunque una forma di prevaricazione e di violenza, (che va comunque sempre ricondotto a quanto il ragazzo vive e sperimenta, senza giudizio ma con la volontà di comprenderne la storia).
Invece alle superiori – aggiunge -, le cosiddette bulle sono le ragazze popolari, che vanno molto bene a scuola,  piuttosto carine e competitive, quindi perfettamente rispecchianti i canoni della società narcisistica. Forti della loro identità basata su prestazione e rinforzo sociale anche da parte del corpo docente perché ottime studenti, tendono ad emarginare ed isolare le altre ragazze della classe, quelle magari più timide o in difficoltà con lo studio, o quelle meno carine. Si crea una sorta di femmine alfa che, come succede nel mondo animale, prevaricano chi è più fragile e più debole. Evidentemente però, se nel mondo animale tutto ciò avviene per una questione di selezione della specie ‘migliore’, non si può dire la stessa cosa per quanto avviene tra le persone. Dove una persona, donna o uomo che sia, non è stato accolto ed ascoltato è difficile che sappia farlo. Ognuno riconosce ciò che conosce. Se ho imparato che il mio valore passa dalla prestazione e dalla capacità di soddisfare le aspettative di questa società, se sono cresciuto o cresciuta in un contesto dove mancava empatia e sintonizzazione, non potrò promuoverlo nel mio rapporto con i pari, e sarò capace soltanto di restituire al mondo ciò che mi è stato dato. Il bullismo, rosa, azzurro o giallo che sia, resta sempre e comunque  l’epifenomeno di una società molto in difficoltà rispetto alla capacità di restituire senso, comprensione ed autenticità”.